Domande ‘da Medioevo’ alla vittima del caso Ciro Grillo: “Come le hanno tolto gli slip, perché non si è divincolata?”
“Come le hanno tolto gli slip? Perché non ha usato i denti nel rapporto orale?” sono solo alcune delle domande che sono state poste, in tribunale, alla presunta vittima di stupro di gruppo del caso Ciro Grillo. A prescindere dall’esito del processo, l’espressione di questo scrutinio affonda le radici nella cultura del victim-blaming, ovvero la tendenza ad attribuire la colpa ai superstiti di violenza: vediamo perché.
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Le domande della difesa alla presunta vittima
Ad aver interrogato la giovane è Antonella Cuccureddu, avvocato della difesa di Corsiglia. La legale ha in seguito ribattuto all’ondata di polemiche rimarcando il fatto che è suo compito indagare i fatti, per stabilire la verità dell’accaduto. “Il concetto di vittimizzazione parte da un presupposto, che ci sia una vittima,” è stata la sua dichiarazione: “Il processo si fa per accertare se c'è una vittima.”
Colpisce questo delle sue parole: come calca sull’ultima, 'vittima', rispetto all’inesistente figura, nel suo discorso e nel processo, del presunto 'colpevole' (in questo caso colpevoli, plurale). Anche l’intimo scrutinio da lei formulato si è focalizzato su una sola questione: se la ragazza non abbia fatto tutto ciò che era in suo potere per rifiutare l’atto sessuale. È proprio la vittima, in questo scenario, a finire sul banco degli imputati.
Il consenso e la resistenza alla violenza per la legge: facciamo chiarezza
Tuttavia, tanto per la legge quanto nella pratica, se una persona non ha opposto resistenza fisica all’atto dello stupro non significa per forza che abbia dato il suo consenso. La violenza rimane violenza anche se la donna non ha detto ‘no’, anche se non ha mostrato opposizione o riluttanza, anche se si trovava in condizioni psicofisiche che le permettevano una valutazione lucida della situazione. La prima reazione ad una violenza sessuale, per la maggioranza degli aggrediti, è infatti rimanere inermi; è un fattore fisiologico, psicologico completamente comune. Uno studio clinico svedese del 2017, riporta Amnesty International, ha rivelato che il 70% delle donne sopravvissute a un'aggressione si è trovata involontariamente paralizzata durante l’attacco.
I vestiti, eterni protagonisti
Non è l'unica parte delle dichiarazioni dell'avvocato ad aver fatto sollevare qualche sopracciglio. Altre sentenze degne di nota sono state: “Non si può fare una violenza sessuale se uno ha i pantaloni" e "Il processo si fa per accertare i fatti e i tanti ‘non ricordo' .”
Si tratta, di nuovo, di considerare lo stupro come un fatto che oltrepassa i confini di quella visione diffusa che persiste nella mentalità popolare e che ne riduce lo spettro di manifestazioni. La definizione stabilisce che questo reato consiste nel costringere un’altra persona a compiere o subire atti sessuali, non intesi unicamente come rapporto sessuale completo, ma qualsiasi coinvolgimento di parti del corpo sensibili. La risposta alla dichiarazione è dunque, sì; sarebbe possibile compiere una violenza sessuale a prescindere dai vestiti che una ragazza o un ragazzo sta indossando.
Conseguenze di un trauma e rispetto
Per quanto riguarda la seconda frase, la sua confutazione risiede nel fatto che la perdita di memoria è una conseguenza, scientificamente provata e ampiamente documentata, di gravi eventi traumatici, e interamente plausibile in casi come questo, in cui paura e dolore sono soverchianti in chi affronta un simile momento. L’avvocato della giovane ha comunque precisato che, a dispetto di quanto detto dalla difesa, il resoconto della ragazza è sempre stato un racconto chiaro e che Silvia rimane a disposizione del tribunale, nel rispetto della sua persona: "La vittima c'è e va rispettata".
La vittima ha diritto all'intimità?
“Il fatto di cui discutiamo è un fatto di violenza sessuale e non c’è niente di intimo in una violenza sessuale: è una cosa intima o è una violenza sessuale. E il processo si fa per capire se è stata una cosa intima o violenza sessuale.” Ha concluso la Curredo. Laura Boldrini, politica italiana ed ex funzionaria dell'ONU, ha sfruttato i propri social per sottolineare, al contrario, come la ragazza in aula sia stata sottoposta non ad un'indagine, ma ad una nuova forma di violenza; quella di rivivere nei minimi dettagli un drammatico trauma.
La maggior parte delle vittime non denuncia
L’estenuante scrutinio, la gogna pubblica e mediatica che seguono la denuncia sono proprio due delle principali ragioni per cui la maggior parte delle donne (la stima non può mai rasentare la certezza, ma sicuramente superano il 60%) decide di non rivolgersi alle autorità o chiedere aiuto in caso di violenza (generale o sessuale che sia). Lo hanno dimostrato i commenti che hanno pervaso il web quando, nelle scorse settimane, si è parlato di feminicidio. “Quel giorno mi sono sentita una preda, ma oggi sono sfinita e di fronte a certe domande mi viene da vomitare,” è stato tutto ciò che ha avuto Silvia da dire in uscita dal tribunale.
Il futuro del processo
Nell’ultima udienza la giovane, in lacrime, aveva già ammesso di aver toccato il fondo della disperazione dopo l’evento e di aver a lungo premeditato il suicidio. “Non avevo più voglia di vivere. Una sera mi misi a correre lungo i binari e volevo lanciarmi contro un treno in corsa. Volevo farla finita...” Uno stress aggravato dalla messa in circolazione, tra i ragazzi coinvolti, di un video che riprende la violenza. Questo documento non è stato visionato oggi in aula, ma potrebbe essere analizzato nel corso dei prossimi giorni. L’associazione Noi donne 2005 di Sassari sta programmando dei sit-in di protesta per le prossime udienze, da tenersi il 31 gennaio e l’1 febbraio.
Victim-blaming e cultura dello stupro
Ciò che è certo, a prescindere da quello che sarà poi il verdetto, è che per indagare a fondo un crimine di violenza sessuale è necessario, ancor più per le figure professionali attive in tribunale, liberarsi dei pre-concetti insiti nella nostra cultura, una ‘cultura dello stupro’, tra cui il victim-blaming (la pratica, come illustrato, di concentrare l'attenzione sulle azioni della presunta vittima anziché quelle del perpetratore della violenza). Solo in questo modo sarà possibile far davvero luce sulle vicende e agire con giustizia nei confronti di tutte le parti coinvolte.