Il degrado, i social, il censo, il trash: la retorica delle "periferie in cui accade di tutto" finirà per ucciderci
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Martina Carbonaro è stata uccisa a 14 anni, lo scorso 26 maggio, dal suo ex ragazzo diciannovenne. Il tutto accadeva ad Afragola, comune in provincia di Napoli. Attorno alla storia di Martina e attorno a Martina è stato detto di tutto: che ci faceva fuori casa fino a tardi, una così giovane. Che ci faceva sui social. Che ci faceva con un ragazzo così tanto più grande di lei, col quale stava da quando ne aveva 12, di anni. Insomma il processo si fa, postumo, alla vittima.
Poi è uscito il video della madre di lei che mangia un hot dog in compagnia di un influencer partenopeo di nome Patrizio Chianese. Il video è stato rimosso: era oggettivamente inopportuno, la madre di Martina non appare lucida e l'influencer si è scusato pubblicamente (e qui ci sarebbe da aprire un capitolo sulla follia da ipercondivisione nella quale siamo capitati e capitate).
Ma c'è chi ha fatto in tempo a vederlo e a scatenare una shitstorm di giudizi molto critici che ha visto in prima fila anche la ormai nota Rita De Crescenzo anche lei influencer napoletana passata alle cronache per la storia di Roccaraso. L'hot dog "in memoria di Martina" (alla ragazza piaceva quel panino, pare) insomma non andrebbe bene: ma non solo perché, "la madre di una vittima è anche lei investita del ruolo di vittima quindi guai se si fa vedere non disperata".
Il video dell'hot dog non va bene perché ha permesso alle persone, molte, di ripescare la retorica del degrado urbano come causa di tutti i mali per trincerarsi dietro essa e colpevolizzare quasi l'appartenenza a una determinata fascia di popolazione: quella che vive nelle periferie, quella il cui l'algoritmo gira video trash, quella che attira giusto le attenzioni di Rita De Crescenzo, lì dove Rita De Crescenzo è il simbolo di quel trash popolare e popolano che dai salotti si osserva con disgusto e supponenza.
Ma le questioni sono due: Rita De Crescenzo si esprimerà pure in modo grossier, ma di alcune questioni politiche e sociali si occupa più lei di quanto non facciano molti tra quelli che paghiamo a peso d'oro per occuparsene. A cominciare dalla partecipazione politica che nei salotti, spesso, latita drammaticamente. Due: No. Non è colpa delle periferie o del contesto urbano e sociale degradato se una ragazzina viene uccisa. O se una donna viene stuprata, come a Palermo. O se delle bambine vengono abusate, come a Caivano.
[[ge:kolumbus:alfemminile:1948851]]un breve discorso sulla prospettiva di classe antimeridionalista
La prospettiva di classe può essere utile oppure dannosa. La prospettiva di classe è utile, funzionale perfino, a capire che la violenza di genere si esprime in modi diversi a seconda del contesto sociale che una donna attraversa e che non è meno grave o meno invalidante, quando è meno evidente. Se è vero che una quindicenne priva di strumenti culturali è più soggetta della CEO a un tipo di violenza specifico (matrimonio precoce per emanciparsi dalla famiglia di origine, gravidanza indesiderata per assenza della cultura ai diritti riproduttivi), è pure vero che la CEO di un'azienda multimilionaria sarà più soggetta ad altre espressioni della stessa violenza (battute sessiste, richieste di favori sessuali) che la faranno sentire sopraffatta e oppressa.
Ma "più soggetta" non significa esclusivamente soggetta. Ed è per questo che, indistintamente, vengono uccise ventenni senza il diploma e dottoresse di ricerca, cameriere e notaie. E pure stuprate.
La prospettiva di classe diventa tossica e profondamente nociva quando viene usata anche inconsapevolmente da chi è psichiatra, criminologo/a, pubblico ministero, giudice per trovare delle cause sociali con cui infarcire fino a giustificare, quasi, dei fenomeni che con quelle cause sociali non hanno nulla a che vedere: infatti a compiere reati di natura sessista sono medici, meccanici, disoccupati e figli di personalità politiche di spicco. A fare battute sessiste sono giornalisti, avvocati, benzinai. A mandarsi foto di donne nude nella chat pure, ad approfittare del proprio privilegio sociale maschile pure.
[[ge:kolumbus:alfemminile:1948850]]Ed è sempre la stessa forma di violenza che non condanna il femminicidio. E che permette di illudersi che la causa del femminicidio, quando compiuto, sia nel livello di istruzione ora, nella frustrazione da licenziamento poi. A seconda della classe sociale, appunto. Quello che non cambia mai è la pervicacia con cui si tenta di giustificare, minimizzare, il gesto chiamando in causa altri fattori.
"nelle periferie succede lo schifo": anche fosse, la colpa di chi è?
C'è poi un profondissimo equivico, quando si parla di violenza di genere e contesti degradati: le bambine che si sessualizzano da sole perché così ottengono la collanina, le ragazze che si prostituiscono per comprare dieci euro di erba o crack, le donne che subiscono controllo, cinghiate e violenze di ogni tipo da parte del partner non sono il risultato dell'area geografica in cui nascono, della prossimità che più o meno hanno con le luci scintillanti di Milano o dai monumenti di Firenze e Catania. Ha a che fare con la latitanza dello Stato, inteso non come militarizzazione, campi sportivi (vuoti) e pene aumentate ma come presidio territoriale, offerta culturale, salute, collettività.
Ma è comodo illudersi che la colpa sia del palazzo diroccato, dei social, perfino della pornografia: perché in automatico si aggira la questione centrale, cioè che la cultura sessista e violenta che spinge l'uomo, il ragazzo, il ragazzino, ad agire violenza nonotante tutto. Loro sanno che verranno puniti, lo sanno che il femminicidio è un reato. Ma questa consapevoleza non basta a frenarli, perché la cultura della quale sono imbevuti è più forte di qualsiasi lucido ragionamento. E accade al ginecologo in pensione come accade al magazziniere con la terza media.
Ma proviamo a ragionare di fantasia. Quando è esplosa la notizia del duplice stupro di Caivano, ai danni di due cuginette di 10 e 12 anni, si sono contemporaneamente sparse delle orribili voci circa la sessualizzazione delle stesse. Una sessualizzazione autonoma: le bambine cioè, sarebbero state consapevoli di quanto stesse accadendo.
le ragazzine di 14 anni che sognano il malessere ma non un lavoro
Questo ovviamente, fosse anche vero, non renderebbe i ragazzi, minorenni e maggiorenni, meno colpevoli di aver approfittato della minorata difesa (esiste, in procedura penale) di due bambine, le quali non possono legalmente manifestare un libero consenso. Meno che mai, in una circostanza di povertà (economica, emotiva, culturale) che le indurrebbe, sempre se fosse vero, a prestare il loro corpo ad atti sessuali dietro qualche capannone in cambio di uno smartphone o, perché no, delle attenzioni dell'agognato "malessere": un nuovo modello di maschio tossico e incline alla criminalità che garantirebbe lo status sociale di "donna del malessere". E pare che in alcuni contesti sia una conquista.
Nelle "periferie" sociali esiste un tema di sessualizzazione infantile, con il picco raggiunto dalle quattordicenni che restano incinte (volontariamente) perché ritengono che l'adultità sia una tappa che si raggiunge attraverso la creazione di un proprio nucleo familiare, attraverso il cambiamento del loro stato: da figlia a moglie, o comunque partner. E di solito queste giovani madri sono condannate alla povertà culturale ed economica: da un lato non credono nella scuola (possibilmente nessuno a casa loro le ha finite e campano lo stesso) dall'altro il nostro Paese non premia certo le madri, anzi le mortifica con dei bonus una tantum senza preoccuparsi della loro emancipazione.
Esiste questo tema, nessuno lo nega. Ma la colpa di chi è? Di chi è la responsabilità del fatto che le bambine sognano di avere un partner con l'allure da boss criminale che provveda a loro, ma non sognano invece di avere un lavoro onesto per sé stesse? È chiaro che in mancanza di alternative ma sommerse da modelli tossici, le bambine non distinguono la gelosia dall'amore, la maternità dall'emancipazione. E che ci piaccia oppure no, ad approfittare delle circostanze sono i ragazzi, gli uomini, di qualsiasi classe sociale. Quando va bene ci lasciano vive.
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