Come finisce Sirât: la spiegazione del finale di un film che è un rito collettivo
Un rave nel deserto, una guerra improvvisa e un viaggio senza ritorno: Sirât è il film più ipnotico e controverso dell’anno. Trama completa, cast, personaggi e spiegazione del finale, perché il film di Oliver Laxe è tra i più discussi del cinema europeo contemporaneo.
A volte il cinema smette di essere semplice intrattenimento e torna a farsi rito: Sirât . Di di Óliver Laxe, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025 e candidato spagnolo per il Miglior Film Internazionale agli Academy Awards 2026, arriva nelle sale italiane l'8 gennaio, distrubuito da Mubi, come un oggetto cinematografico difficile da classificare: un'opera che ipnotizza, respinge e attrae, lasciando dietro di sé più domande che risposte.
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La trama di Sirât: un rave nel deserto e l’inizio del viaggio
La trama di Sirât si apre con un’immagine potentissima: un rave nel cuore del deserto, incastonato tra canyon scoscesi, immerso nella polvere e nella luce accecante. La musica elettronica domina lo spazio, il suono diventa corpo, vibrazione, stato alterato. È qui che incontriamo un gruppo eterogeneo di danzatori, una comunità temporanea che vive il rave come rituale collettivo, sospeso fuori dal tempo. Tra questi corpi in trance si muovono due figure estranee: uno spagnolo di mezza età e suo figlio, arrivati fin lì a bordo di un van. Sono alla ricerca della figlia maggiore, scomparsa da un anno, forse inghiottita proprio da quel mondo.
La guerra e la fuga: quando il mondo irrompe nella storia
La dimensione sospesa del rave viene brutalmente interrotta dall’arrivo dei soldati a bordo di camion militari, che annunciano lo scoppio della guerra. Non sappiamo dove siamo esattamente, né contro chi si combatta. Sappiamo solo che il rave viene cancellato e che tutti gli europei devono lasciare il paese. Di fronte alla minaccia un piccolo gruppo decide di fuggire. La comitiva, seguita dal padre e dal figlio, elude i controlli e si mette in viaggio verso una nuova destinazione: un altro rave nel deserto. È qui che Sirât smette definitivamente di essere un film narrativo tradizionale e diventa quasi un viaggio iniziatico, attraversamento fisico e simbolico.
Cast e personaggi: una comunità senza identità fisse
Il cast di Sirât è composto da interpreti che incarnano un’umanità alternativa, di outsider; dai capelli rasati agli arti amputati, body modification e tatuaggi: sono una tribù nomade che viaggia su due camion, incarnata da Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid e Richard Bellamy. A guidare il racconto è Sergi López, nel ruolo del padre che attraversa il deserto alla ricerca della figlia scomparsa, accompagnato dal figlio interpretato da Brúno Nuñez.
Il significato del titolo Sirât: il ponte tra paradiso e inferno
Il titolo Sirât non è solo evocativo, ma centrale nella spiegazione simbolica del film. Nella tradizione islamica, il Sirât è il ponte che ogni anima deve attraversare nel Giorno del Giudizio, sospeso sopra l’inferno, sottile come una lama. È un passaggio obbligato. Il viaggio dei protagonisti diventa così metafora di questo attraversamento: un ponte tra cielo e inferno, tra vita e morte, tra civiltà e natura. La natura, infatti, non è mai addomesticata. È immobile, eterna, indifferente. Gli strumenti dell’uomo si rivelano inutili, fragili, incapaci di controllarla.
Suono, immagini e trance: il cinema come esperienza fisica
Uno degli elementi notevoli di Sirât è il suo uso estremo del suono. La seconda parte del film si trasforma in una vera e propria partitura orchestrale, dove musica, rumore e silenzio costruiscono un’esperienza fisica prima ancora che narrativa.
Spiegazione del finale di Sirât: tutto era già scritto?
Senza entrare in dettagli espliciti, il finale di Sirât lascia lo spettatore sospeso. Le sequenze anticipatorie disseminate lungo il film trovano una loro eco conclusiva, suggerendo che il destino dei personaggi fosse inevitabile fin dall’inizio. La ricerca della figlia, motore narrativo iniziale, si dissolve progressivamente, perdendo peso umano e familiare. Resta come un miraggio, un espediente per condurci dentro il film, salvo poi abbandonarci lungo il percorso.