Alex Garufi: TikToker transgender e non-binary si toglie la vita dopo episodi di bullismo e transfobia
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Alex Garufi, giovane tiktoker di Sesto San Giovanni, è morta suicida a soli 21 anni. Si è tolta la vita proprio qualche giorno fa. Aveva scelto TikTok per raccontare il suo percorso di transizione e la scoperta dell’identità di genere, ma è stata travolta da una valanga di odio online, transfobia e bullismo. La magistratura indaga per istigazione al suicidio.
Chi era Alexandra Garufi, la tiktoker transgender e non-binary che si è tolta la vita
Aveva 21 anni Alexandra Garufi, era nata e cresciuta a Sesto San Giovanni con il nome di Davide e lavorava come addetta alle vendite in un negozio di articoli sportivi. Ma per molti era soprattutto un volto familiare su TikTok, dove aveva iniziato a postare durante la pandemia. Condivideva sketch, riflessioni e frammenti di quotidianità, ma soprattutto il suo percorso personale: la transizione di genere. A 19 anni aveva cominciato la terapia ormonale, presentandosi al pubblico con il nome Alexandra e raccontando senza filtri le emozioni, le paure e le speranze di chi affronta un viaggio così profondo nella propria identità.
Cosa è successo ad Alexandra e come è morta?
Nella notte tra mercoledì 19 e giovedì 20 marzo, Alex è stat* trovat* senza vita in casa. Si è tolt* la vita utilizzando una pistola, regolarmente detenuta dal padre, agente della polizia penitenziaria. Non ha lasciato biglietti, né messaggi per spiegare il suo gesto. Ma per chi conosceva Alex, per chi era un fedele follower e aveva letto i suoi post e commenti, i segnali c’erano. Insulti, minacce, derisioni pubbliche: era tutto lì, nero su bianco, nei commenti ai suoi video. Chi l'amava non ha dubbi: “Davide non ha retto a tutti quegli insulti. È morto anche per colpa di quella gente”.
Perché Alex era diventata bersaglio di bullismo?
Alex aveva scelto TikTok come diario pubblico della sua trasformazione: prima come donna transgender, poi come persona non binaria. Aveva cambiato più volte nome utente, spiegato il suo sentire, cercato di educare e dialogare. Ma quei video, oltre al sostegno di molti, avevano attirato anche l’odio dei leoni da tastiera. Alcuni dei commenti che riceveva erano atroci: “Non ti vergogni?”, “Sparisci”, “Godo”. E dopo la notizia della sua morte, il cinismo è continuato: “Ha fatto bene”, ha scritto qualcuno, “lo ha fatto per hype”, ha insinuato qualcun altro. Un accanimento crudele che ora è sotto la lente della Procura di Monza, che ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio.
Le indagini per istigazione al suicidio
Oltre ai commenti online, sono stati sequestrati il cellulare e i dispositivi elettronici del giovane. I carabinieri stanno ricostruendo le interazioni sui social, ma anche ascoltando amici, conoscenti e chi aveva raccolto le confidenze più intime di Alex. Le indagini puntano a verificare se ci siano stati episodi di cyberbullismo reiterato, o pressioni tali da avere un peso determinante nel gesto estremo. Il procedimento aperto è un atto dovuto, necessario anche per procedere con l’autopsia. L’ipotesi, tutt’altro che remota, è che la violenza verbale e psicologica subita online abbia contribuito in modo diretto alla morte.
La famiglia di Alex: il dolore per la sorella venuta a mancare
Alexandra viveva in una famiglia che aveva già dovuto affrontare un lutto enorme: la perdita della sorella. Anche per questo, secondo alcune testimonianze, c’erano incomprensioni e tensioni in casa, che si aggiungevano alla fatica quotidiana di sentirsi accettat*, riconosciut*, semplicemente vist*. Eppure, è bastato poco perché quella voglia di vivere venisse corrosa dall’odio.
Cosa possiamo fare per non restare in silenzio?
La notizia ha scosso profondamente l’opinione pubblica. Sinistra Italiana Milano ha diffuso un post durissimo, parlando apertamente di una morte causata da un contesto sociale ostile: “Dolore e rabbia per la morte di Alex Garufi, vittima di bullismo transfobico. Una morte frutto della cultura tradizionale che trova sostegno nei movimenti anti-scelta e nella destra intollerante”. Daniele Durante, delegato ai Diritti del partito, ha dichiarato: “Non considero la sua morte un suicidio, ma un omicidio sociale. Alexandra aveva il coraggio di essere se stessa, di sfidare le convenzioni. Ed è stata umiliata per questo”. Anche il Comune di Sesto San Giovanni ha espresso cordoglio, dichiarandosi vicino alla famiglia già colpita da un altro dolore. “Non possiamo più restare in silenzio e fermə”, ha scritto ancora Durante. “Dobbiamo agire, e dobbiamo farlo ora. Per Davide e per tutte le persone che ogni giorno lottano per essere se stesse”. È un appello alla responsabilità collettiva, non solo politica ma anche culturale. Serve educazione, empatia, leggi più incisive, e una rete sociale che non lasci soli i più fragili. Perché non si può morire per essere chi si è. Perché Alex non sia solo un hashtag di passaggio, ma un nome da ricordare e da onorare.
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