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Il figlio di Gianni Morandi non si nasconde più: Tredici Pietro racconta il suo inferno personale

Il figlio di Gianni Morandi non si nasconde più: Tredici Pietro racconta il suo inferno personale tra psicofarmaci e autolesionismo 

Tredici Pietro, figlio di Gianni Morandi, si mette a nudo con l’album Non guardare giù, un’opera cruda e sincera che racconta il suo periodo più buio tra psicofarmaci e smarrimento esistenziale. Il rapper bolognese apre finalmente il sipario su ciò che ha vissuto tra le strade di Milano e il peso di essere "figlio di".

Il figlio di Gianni Morandi abbandona ogni filtro e consegna al pubblico il suo capitolo più intimo e doloroso. Non guardare giù, il nuovo album di Tredici Pietro, è un viaggio crudo nelle profondità di un'anima che ha conosciuto l'abisso, tra dipendenza da psicofarmaci e una profonda crisi esistenziale. Il rapper bolognese, dopo anni di silenzio su certi aspetti della sua vita, decide finalmente di condividere le sue esperienze più oscure, vissute tra le strade di Milano e il peso costante dell'etichetta "figlio di".

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Chi è davvero Tredici Pietro? Il figlio di Gianni Morandi si racconta come non mai

Un tempo si nascondeva dietro un nome d’arte e una manciata di rime, oggi invece Pietro Morandi – in arte Tredici Pietro – ha scelto di mettersi a nudo. Lo fa nel nuovo disco Non guardare giù, in uscita venerdì 4 aprile, dove affronta il periodo più buio della sua vita; tredici brani di un album che più che un progetto musicale sembra un’autobiografia emotiva. Dietro il volto pulito da bravo ragazzo si cela un percorso tormentato, segnato da psicofarmaci e una crisi profonda vissuta nella città che avrebbe dovuto essere quella delle opportunità: Milano.

Cosa c'è dietro il crollo emotivo di Tredici Pietro?

A scatenare il baratro, racconta Pietro, è stato il trasferimento a Milano, città che ha sempre diviso chi la ama e chi la subisce. “Mi sono perso”, confessa. Tra le righe di Morire, canta: “Sopra Milano c’è solo il cielo grigio / perché veramente è la città dei cattivi”. La capitale del business e dell’apparenza lo ha fatto sentire “uno sfigato”, come dice lui stesso. Un posto dove “bisogna essere fighi a tutti i costi”, dove non c'è tempo per rallentare, figurarsi per prendersi un anno per creare un disco.

Tredici Pietro racconta la propria esperienza con la dipendenza dagli psicofarmici

Cosa significa Non guardare giù?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è stata la cocaina a trascinarlo giù. Pietro lo precisa: “Non mi ha mai attratto. E neppure le droghe in generale”. Il suo baratro è stato fatto di psicofarmaci e un “mischione” di medicinali, che preferisce non elencare. “Vorrei non parlarne, ma ci ho fatto un disco”, dice con disarmante sincerità. È proprio in Non guardare giù che ha trasformato il dolore in arte, restituendo dignità a momenti che molti, al suo posto, avrebbero nascosto sotto il tappeto. Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale. “Per me Non guardare giù significa non farsi distruggere da ciò che ci circonda”, spiega Pietro. È un invito a non paralizzarsi, a non farsi inghiottire dal senso delle cose, soprattutto quando quel senso sembra mancare del tutto. Nel brano Emirates, una voce fuori campo – quella di un barista di Bologna, Leonardo – dice: “Se stai sul filo dell’equilibrista non guardare giù sennò cadi”. Una frase che diventa manifesto esistenziale di chi cammina sul crinale della fragilità.

Qual è il messaggio finale di Non guardare giù?

“È un disco enormemente incoerente”, dichiara Pietro. E proprio in questa incoerenza sta la sua forza. Non guardare giù non è solo una raccolta di canzoni, ma un viaggio esistenziale, un invito a non soccombere, a guardare in alto anche quando tutto intorno spinge verso il basso. Alla fine, dice, “non siamo di grandi parole a casa mia, ma mio padre mi ha detto che il disco gli è piaciuto”. E tanto basta.

Come ha vissuto Pietro il rapporto con il padre Gianni Morandi? 

Essere un nepo baby e fare i conti con la sindrome dell'impostore

È impossibile raccontare Tredici Pietro senza menzionare il padre: Gianni Morandi, l’eterno ragazzo della musica italiana. Ma essere figlio di una leggenda non è sempre un privilegio. “È dappertutto”, dice Pietro, confessando che l’ombra del padre è stata anche un peso. Nel singolo Big Panorama, uscito un anno fa, il cantante compare nel videoclip accanto al figlio, disteso su un letto d’ospedale. “Mi libero di un bel macigno che avevo dentro”, ha detto a Vanity Fair. E quel macigno aveva un nome e un cognome: il suo. Questo ha inciso anche sui suoi sentimenti riguardo al meritare la sua carriera musicale: “Mi sono sempre percepito come uno che toglieva spazio ad altri”, confessa Pietro. La sindrome dell’impostore lo ha accompagnato a lungo. Essere figlio di un colosso musicale è un’eredità difficile da onorare senza sembrare un raccomandato. Eppure oggi le cose sono cambiate. “Ho fallito, ho visto le cose andare bene e anche meno bene. Ma ho visto anche rimanere chi dà valore a ciò che faccio”. 

Il suo cognome una volta lo rifiutava, oggi lo accetta. Anzi, ci convive. “Ora sono sereno rispetto a quello che vivo”, dice. Ha imparato a non negare le proprie origini, ma a riscattarle con la sua voce. In Verità, un brano che aveva candidato a Sanremo, canta: “Senza mio padre non avrei imparato il valore dei soldi”.

Un omaggio sincero, ma anche il segno che oggi la musica di Tredici Pietro cammina con le sue gambe, senza doversi più giustificare.

La famiglia lo ha aiutato durante la crisi? "Non li ho inclusi"

Sorprendentemente, no. “Non li ho inclusi”, rivela Pietro, parlando di Gianni e della madre Anna Dan. “Ho preferito non lasciare a loro questa responsabilità”. Quello che ha vissuto è stato un percorso interiore e solitario, culminato nel 2023 con un ricovero che ha acceso in lui una nuova consapevolezza. È stato lì che ha iniziato l’analisi psicologica, affrontando non solo i propri demoni ma anche le dinamiche familiari che, in parte, potrebbero aver contribuito alla crisi.