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La storia di Natali Shaheen, la calciatrice palestinese che ha sfidato i pregiudizi e ora promuove i diritti umani con lo sport

La storia di Natali Shaheen, prima calciatrice palestinese in Italia, che trasforma lo sport in una spinta propulsiva per i diritti umani. VD News ci porta la sua testimonianza grazie al progetto Sphera.

Un pallone come passaporto per trasformare lo sport in un motore per i diritti umani: Natali Shaheen, prima calciatrice palestinese a giocare in Italia, racconta una storia di resistenza, determinazione e sogni coltivati tra checkpoint militari e pregiudizi culturali. VD News l’ha incontrata grazie al Progetto Sphera, una rete europea di media indipendenti che diffonde racconti unici oltre-frontiera. Potete trovare il documentario completo in questo articolo.

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Natali Shaheen: lo sport come forma di resistenza

Di fronte all’occupazione israeliana e alle barriere del patriarcato, il calcio diventa anche questo: non solo divertimento, ma una vera e propria forma di resistenza. VD News ha incontrato Natali Shaheen – sportiva nata a Gerusalemme nel 1994, oggi residente a Sassari, che ha fatto la storia diventando la prima calciatrice palestinese a giocare in Italia – e le ha chiesto cosa significhi vivere nella Palestina occupata e come si può diventare professionista nel calcio in questa terra.

Chi è Natali Shaheen, la prima calciatrice palestinese a giocare in Italia?

A sei anni ho cominciato a giocare a calcio durante le ore di educazione fisica”, racconta la giovane a VD News: “In un campetto tutto asfaltato. Ero l’unica bambina. Gli altri erano tutti maschi, ma mi sono buttata dentro con loro. Ho provato questo gioco meraviglioso che mi faceva sentire libera e felice. Mi piaceva segnare, dimostrare ai ragazzi che anche noi femmine potevamo essere forti."

Il calcio, però, non era visto come uno sport “adatto” a una ragazza. E la sua passione iniziò presto ad essere osteggiata: “Mi chiamavano ‘maschiaccio’, gli adulti dicevano che il calcio ti fa diventare muscolosa, con le gambe storte. E soprattutto che così nessuno mi avrebbe sposata”.

Nonostante i giudizi, tuttavia, Natali non ha mai pensato di smettere. Anzi, quelle difficoltà sono diventate la sua spinta: “Volevo dimostrare che anche noi donne siamo forti, che abbiamo lo stesso diritto degli uomini di giocare a calcio.”

Vivere sotto occupazione: dall'assenza di squadre femminili agli ostacoli ai checkpoint israeliani

Fino ai suoi 12 anni, non esistevano squadre femminili nella sua città. Ma a 13 arriva una chiamata importante: una squadra di Ramallah vuole vederla giocare. “Ero emozionata, ma anche spaventata. Dovevo attraversare almeno due checkpoint israeliani: Gerico e Ramallah. A ogni passaggio ti controllano i documenti, ti chiedono dove stai andando, cosa porti in macchina.”

I posti di blocco sono all'entrata e all'uscita di ogni città e regolano sia il passaggio pedonale che quello automobilistico. A volte i checkpoint vengono chiusi per multiple ore consecutive a discrezione delle guardie israeliane, impedendo il passaggio e creando grandi ingorghi di traffico.

Un giorno, mentre si recava a un allenamento, dopo essere scesa a piedi dal mezzo per evitare il rallentamento stradale si è ritrovata nel mezzo di uno scontro vicino a un campo profughi: “C’erano dei soldati israeliani che lanciavano bombe a gas. Una è esplosa vicino a me. Non riuscivo a respirare, avevo gli occhi che lacrimavano. È stato un ragazzo del campo profughi a soccorrermi.”

L’occupazione israeliana ha negato a Natali tante cose. La libertà di muovermi ma anche il diritto di tornare a Gerusalemme, la sua città città natale: "Posso rientrarci solo con un permesso speciale, e solo a Pasqua o a Natale, sempre che me lo concedano.” Perfino il Mar Mediterraneo, racconta, “era un miraggio. Il mio primo bagno l’ho fatto solo in Sardegna.”

Natali Shaheen: tra la Sardegna e la Palestina, un legame che non si spezza mai

Oggi, Natali vive in Italia; è arrivata in Sardegna nel 2018 grazie a una borsa di studio ottenuta tramite l’Ambasciata Italiana. Si è trasferita per intraprendere un dottorato di ricerca e ha continuato nel frattempo a giocare a calcio. Ma il legame con la sua terra è fortissimo.

La storia di Natali Shaheen, la calciatrice palestinese che ha sfidato i pregiudizi e ora promuove i diritti umani con lo sport 

"Dopo il 7 ottobre, la vita è cambiata anche per chi non abita più là: sono state massacrate 48.000 anime." Racconta: "Non numeri, esseri umani. È un genocidio, e nessuno riesce a fermarlo. Io sono lontana, ma non riesco a smettere di guardare cosa sta accadendo." A tormentarla sono tristezza, rabbia, l'incapacità di prendere sonno e la costante preoccupazione: per la famiglia e gli amici, le persone che conosce e anche per quelle che non conosce.

Due volte l’anno, Natali torna in Palestina per portare avanti progetti sportivi con ragazze, ragazzi e bambini: “Attraverso lo sport si possono aprire tante opportunità. È un messaggio di speranza.

Grazie all’associazione “Ponti non Muri”, ha ricevuto sostegno per ottenere i documenti e trovare un alloggio in Italia. Con loro realizza anche numerose iniziative. L'ultima sua impresa: la pubblicazione del suo libro, il cui ricavato sostiene progetti sportivi in Palestina e in luoghi dove le donne vengono emarginate.

Una nuova missione: il calcio come mezzo per diffondere l'uguaglianza

A febbraio 2024, ha partecipato alla Coppa Ovest di Asia con la Nazionale femminile palestinese. “È stata la mia prima volta in Arabia Saudita, ed era anche la prima volta che quel Paese ospitava un evento sportivo per donne. È stato emozionante entrare in un campo dove prima le donne non potevano neanche avvicinarsi.”

Per Natali, il calcio è molto più di uno sport: “Mi ha insegnato a essere socievole, a conoscere persone nuove. Non è solo divertimento: è un mezzo per portare in giro diritti umani e uguaglianza. Come palestinesi, siamo nati nella resistenza. Senza resistere non possiamo ottenere nulla. E io resisto anche con il pallone.