Pizza, farmacia, la finta app del meteo: chi chiamare (e cosa dire) quando si è vittima di violenza
Chi chiamare quando si è vittima di violenza e cosa dire per restare al sicuro?
Da "Pronto, vorrei una pizza", fino alla richiesta esplicita in farmacia, ai circoli Arci (e i Pride) passando per il 1522 e i consultori: la rete su cui appoggiarsi.
Assodato che la violenza di genere esiste e si presenta in varie forme, chi si deve chiamare e quali sono le parole da dire per restare al sicuro mentre si attende aiuto? Le vittime di violenza hanno una rete di supporto che inizia dai Centri antiviolenza e dal numero 1522 ma non si ferma qui. Chiamate e parole in codice con i Carabinieri, richieste esplicite alla farmacia di fiducia e anche delle app che geolocalizzano e allertano le forze dell'ordine sono altri modi per sottrarsi al maltrattante. Vediamoli tutti.
Ascolto, riparo e supporto: come funziona un centro antiviolenza
"pronto, vorrei una pizza": le chiamate in codice alle forze dell'ordine
Chi, al telefono con la Polizia e i Carabinieri tenta di ordinare una pizza non ha sbagliato numero, anzi. Succede di continuo e succede in tutto il mondo che persone vittime di abusi in casa chiamino il numero di emergenza - in Italia è il 112 - e chiedano di poter ordinare una pizza. In Toscana per esempio il numero unico delle emergenze del 112 riceve circa due chiamate "in codice" a settimana, sono le false richieste di pizza che ogni 3-4 giorni giungono da donne che subiscono violenza. Nel 2021 Action Aid ha anche avviato la campagna Call4Margherita, lo slogan era “La pizza più cara del mondo” ed era ispirato dalla chiamata di una donna che per denunciare il compagno violento aveva chiamato la polizia proprio fingendo di ordinare una pizza.
i centri antiviolenza e il 1522: rifugi sicuri
Naturalmente dove c'è la possibilità, è meglio contattare o recarsi in un centro antiviolenza (CAV): presenti in tutto il territorio nazionale, sono specializzati nel sostegno alle vittime di violenza dal primo istante - con la presa in carico anche di eventuali figli - fino all'inserimento, per esempio, nel mondo del lavoro per rendere la vittima economicamente indipendente. La mappa, ordinata per regioni, è disponibile qui per chi volesse recarsi fisicamente ma si può anche telefonare al numero 1522 ma anche chattare sul sito 1522: è attivo 24 ore su 24, sette giorni su sette ed è multilingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, arabo, farsi, albanese, russo ucraino, portoghese e polacco).
I Centri Antiviolenza sono luoghi di accoglienza e protezione che possono fornire alloggio sin dalla prima notte, il sostegno psicologico e l'assistenza legale. Possono essere anche degli spazi di ascolto per dei chiarimenti e consigli: per ricevere informazioni sulle varie forme di violenza, sulle leggi che disciplinano stallking, abusi e soprusi e su cosa è possibile fare sul piano pratico.
Al pronto soccorso sanno cosa fare, anche senza ferite e lividi
Si può anche andare al Pronto Soccorso più vicino, anche portando eventuali figli, oppure ci si trova al Pronto Soccorso perché si è "cadute": Istat ha registrato che nel 2020 sono state circa 5mila e 500 le donne che hanno ricevuto una diagnosi di violenza nei Pronto Soccorsi. Sono spazi in cui medici e staff sanno cosa fare: si può attivare un percorso di accompagnamento per le donne ed eventuali figli che parte dal triage e che in caso di necessità termina con la presa in carico di strutture, anche a indirizzo segreto, che forniscono alloggio e protezione. Gli operatori del Pronto Soccorso riconoscono i segni della violenza fisica e di quella psicologica e intercettare la richiesta della vittima, in tal senso può essere avviata la procedura del Codice Rosso (procedimenti d'ufficio per i reati che lo prevedono, quindi i medici stessi contattano le forze dell'ordine).
Diverso è il "Percorso Rosa": percorso di prima accoglienza al pronto soccorso dedicato esclusivamente alle donne che subiscono violenza di genere e che riportano danni "evidenziabili oggettivamente" attraverso una accurata osservazione medica e psicologica. Significa che sin da quando la vittima di violenza entra in una struttura sanitaria, viene aperto con il suo consenso un canale alternativo a quello della normale assistenza in modo da coinvolgere - eventualmente - i reparti di psicologia, psichiatria e ginecologia, oltre che le forze dell'ordine.
i consultori: sempre troppo pochi, ma intanto ci sono
Il tema dei consultori (qui la mappa nazionale) è annoso perché sono meno di quanti dovrebbero essere. Nel 2021 c'erano appena 1.871 consultori familiari pubblici, dunque non i quasi 3mila (2.949) necessari a garantire lo standard di un consultorio ogni 20mila abitanti (garantito solo in Valle d’Aosta, Emilia Romagna e Umbria). In media invece c’è un consultorio ogni 32mila abitanti con pure enormi differenze tra i servizi prestati. Ma sono comunque i primi spazi di ascolto per le vittime di violenza. Gli staff sono composti, e sono presenti quotidianamente, da psicologhe, ginecoloche, operatrici, assistenti sociali che insieme identificano i primi segnali della presenza di maltrattamenti, a volte partendo da una semplice chiacchierata.
Lavorando a fianco dei Centri antiviolenza possono attivare percorsi di fuoriuscita per le vittime e gli eventuali figli o anche soltanto per i figli, vittime primarie o, come spesso accade, vittime di "violenza assistita".
I "pride" sono amici delle donne
Può sembrare anomalo ma in Italia ci sono oltre cinquanta Pride - qui il sito di Onda Pride con le date aggiornate - le manifestazioni dell'orgoglio Lgbt+ spesso sono organizzate non soltanto dai circoli come Arcigay o, a Roma, il Mario Mieli ma anche da una cordata di realtà associative che lottano contro tutte le discriminazioni, comprese le associazioni femministe e i collettivi di attiviste contro la violenza di genere. Non solo: le persone lgbt+ hanno la loro rete di supporto, fatta di volontari e "linee amiche" per contrastare i maltrattamenti. Di conseguenza si tratta di una rete alternativa a tutti gli effetti: se si conosce qualcuno che fa parte dei Pride della città vicina o qualcuno che fa attivismo per i diritti Lgbt+ o ancora, se si è a conoscenza di un circolo nei pressi di casa, sono posti da tenere in considerazione per una rapida accoglienza e per un aiuto nel contattare i centri antiviolenza tramite le attiviste che si occupano di questioni di genere.
L'app che sembra quella del Meteo e invece...
Esiste un'app che si chiama Bright Sky - sia per iOS che per Android - che sembra dedicata al meteo ma invece è pensata per le persone che subiscono violenza o vivono una relazione abusante.
Nella prima schermata si seleziona la lingua e si vede il video di presentazione, nel quale tra i vari consigli c'è pure quello di non scaricare l’app nel caso altre persone abbiano libero accesso al dispositivo anche se si può attivare la modalità nascosta dell'app quando si finisce di utilizzarla: tornerà a fornire informazioni sul meteo, nascondendo cosi la sua vera funzione.
Tra consigli e spiegazioni su cosa sia la violenza e su come riconoscerla se a subirla è qualche amica - o amico, per carità - ci sono i servizi di geolocalizzazione, quindi con GPS attivo, per trovare i servizi di supporto e organizzazioni in tutta Italia: è possibile cercare anche tramite cap o indirizzo. Nella schermata successiva in alto è presente una mappa che geolocalizza i centri antiviolenza, subito a seguire si trovano delle piccole “schede” di presentazione con il nome dell’organizzazione, la distanza dalla posizione attuale, il tipo di attività che viene svolta (ascolto, consulenza legale, orientamento all’autonomia ecc..) e il numero di telefono; è importante ricordare che tutte le chiamate effettuate sono visibili nel registro chiamate.
parlare di violenza di genere, ancora una volta: non è solo femminicidio
Secondo i dati di ISTAT, in Italia più di tre donne su dieci tra i 16 e 70 anni hanno subito una qualche forma di violenza. Ed è un dato globale, trasversale a tutte le regioni, le culture, i redditi e l'istruzione. Cosa fare, all'atto pratico, se a subire violenza è una persona vicina? Ricordare - e ricordarle - che la sola persona responsabile della violenza è quella che la compie. Niente storie di millantato narcisismo, traumi giovanili, pseudo problemi che possono essere risolti: la vittima non è mai responsabile, l'autore lo è sempre e non smetterà mai di agire violenza. Non devono essere delle attenuanti nemmeno l'educazione, la perdita del lavoro, il contesto culturale, economico e religioso.
La vittima può avere paura anche delle violenze "future": la minaccia di ritorsioni post denuncia o se la cerchia di amici dovesse venire a sapere delle violenze possono guidarla nella scelta di parlarne oppure no. Al violento, ovviamente, fa male che si venga a sapere che è violento. In aggiunta a questo, le violenze domestiche subite possono essere percepite come qualcosa di cui vergognarsi, la paura del giudizio allora è anche della vittima.
Le condizioni psicologiche di qualcuno che conosciamo e che subisce abusi varia a seconda di molti fattori. Forzare qualcuno a denunciare può essere quindi controproducente, convocare le forze dell'ordine può essere pure un problema se il maltrattante è nei paraggi. Porsi in ascolto invece può essere utile e attendere che la vittima sia pronta.