Sentenza della Cassazione: l'assegno di divorzio dovrà conteggiare anche la convivenza. Cosa comporta
Una sentenza storica quella della Cassazione, che ha stabilito che l'assegno di divorzio deve conteggiare anche il periodo di convivenza prematrimoniale.
La legge sul divorzio del 1970 è chiara: per quanto riguarda l'assegno di mantenimento da stabilire, va conteggiata solo la durata del matrimonio, cioè gli anni in cui si è stati sposati. Almeno finora. Con una sentenza storica, definita "copernicana", la Corte di Cassazione ha stabilito che deve essere conteggiata anche la convivenza prematrimoniale. Un passo avanti che tiene conto dei nuovi usi e abitudini della società contemporanea.
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Il caso in questione sull'assegno di divorzio
Tutto è partito dalla causa di divorzio intentata da una donna a Bologna che, nel richiedere l'assegno di mantenimento, chiedeva di includere il periodo in cui aveva vissuto con il suo compagno prima del matrimonio, durante il quale era nato anche il primo figlio. In tutto un periodo durato 7 anni, nel corso del quale la donna era rimasta a casa per badare alla famiglia e non aveva lavorato.
In prima battuta, la Corte d'Appello di Bologna aveva respinto la richiesta, sostenendo che la decisione di lasciare il lavoro era stata presa dalla donna "per l’agiatezza che proveniva dalla sua famiglia d’origine, non per essersi dedicata interamente alla cura del marito e del figlio".
La Corte d'Appello aveva quindi confermato che per calcolare l'assegno di divorzio dovesse essere considerato solo il periodo del matrimonio. Ma la Corte di Cassazione è stata di un altro parere.
Cosa dice la sentenza della Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione ha invertito la decisione della Corte d'Appello, affermando nella sua sentenza che nel caso in cui le nozze siano precedute da un periodo di convivenza stabile e continua, la scelta di contrarre matrimonio implica anche l'intenzione di compensare, in caso di eventuali divorzi successivi, i sacrifici compiuti prima del matrimonio a favore di un "progetto familiare condiviso". Tra tali sacrifici potrebbe rientrare anche la decisione di abbandonare l'occupazione per dedicarsi alla cura della famiglia.
Si tratta a tutti gli effetti di una sentenza storica che d'ora in poi verrà usata come riferimento nelle cause simili e di fatto estende i limiti della legge sul divorzio del 1970. Sulla sentenza ha commentato Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione degli avvocati matrimonialisti italiani (Ami), a Il Fatto Quotidiano, definendola una sentenza "copernicana":
"Molte coppie convivono per tanti anni prima di sposarsi. Spesso le scelte più importanti vengono condivise durante questa fase prematrimoniale e sovente si tratta di scelte che condizionano la coppia e le prospettive personali e lavorative di uno dei due partner"
Cosa comporta la sentenza della Cassazione
La sentenza della Cassazione che contempla la convivenza prematrimoniale nel calcolo dell'assegno di divorzio è sicuramente un passo avanti epocale, che estende il diritto della legge sul divorzio del 1970. Soprattutto considerando che ormai la convivenza è entrata a gamba tesa nel costume della società contemporanea e, solitamente, il matrimonio arriva molto dopo.
Ma c'è anche chi non si trova pienamente d'accordo. L'Avvocata Valeria De Vellis, esperta di diritto matrimonialista, ha spiegato perché in un'intervista a Vanity Fair:
"Prevedo che dopo questa sentenza nessuno andrà più a convivere. Scherzi a parte, parificare matrimonio e convivenza è sempre pericoloso perché si annulla la libertà di scelta. Se uno vuole la tutela dello Stato si sposa e acquista diritti e doveri del matrimonio. Ma va salvaguardata anche la libertà di chi sceglie consapevolmente di convivere senza avere obblighi giuridici. Io sono assolutamente aperta verso tutti i modelli di “famiglia”, ma ci vuole chiarezza sulle conseguenze che la scelta di un certo modello di famiglia comporta sul piano dei diritti e dei doveri. La soluzione è fare i patti prematrimoniali o di convivenza, come ho sempre sostenuto"