Caro Barbero, altro che differenze strutturali: ecco perché "le donne hanno meno successo"
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Raccontare la condizione della donna in tutta la sua complessità non è sempre facile, soprattutto quando a cercare di farlo è un uomo. Un uomo come Alessandro Barbero, magari. Uno storico di fama mondiale, dalla cui formazione e intelligenza ci si aspetterebbe, forse, un po’ più di preparazione in materia. E invece, a volte, sarebbe meglio metterle da parte le aspettative, foriere soltanto di delusioni annunciate. Un po’ come è accaduto ieri, quando, rispondendo ad alcune domande di una giornalista, Barbero si è lasciato andare a dichiarazioni di dubbio fondamento su quelle che sono - a suo dire - le vere cause del gender gap nel mondo e del perché, dunque, le donne tendano ad avere meno successo degli uomini.
"Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c’è chi dice: ‘Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore’. Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi".
Non si può dire che Alessandro Barbero, lo scrittore e accademico nato 62 anni fa a Torino, non ami il rischio. Lo si evince già dall’incipit di questa affermazione quando, consapevole di quello che stava per dire, ha deciso di dirlo comunque. Forse - speriamo - complici i i limiti di tempo a disposizione, l’uomo esemplifica in maniera tremendamente riduttiva un problema annoso come quello del divario di genere, attribuendolo a ipotetiche “differenze strutturali” tra i due sessi e all’apparente mancanza di “aggressività, spavalderia e sicurezza di sé” riscontrata nelle donne.
A leggere queste parole, vien forse da chiederci se Barbero abbia vissuto sul pianeta terra negli ultimi anni o si sia lasciato distrarre troppo dai testi medievali di cui è un esimio conoscitore. Nel dubbio, è forse il caso di fare un piccolo ripasso e, per una volta, lasciare che siano le allieve a insegnare al maestro.
Partiamo innanzitutto dalla teoria dello storico per cui tra donne e uomini esistono presunte “differenze strutturali” che ostacolerebbero le prime nel raggiungere determinate vette sociali e professionali. In realtà, le uniche differenze di cui è possibile fornire testimonianza stanno nel trattamento che la società ha riservato sin dall’antichità ai due sessi. Agli uomini erano concessi privilegi, potere, istruzione e, cosa più importante, la libertà. Le donne, invece, erano relegate alla cura della casa e dei figli e sottoposte al controllo costante degli uomini, prima dei padri, poi dei mariti, e per tutta la vita delle autorità politiche e religiose. Questo, però, Barbero dovrebbe saperlo già.
In realtà, la situazione non è cambiata poi così tanto negli anni. Basti guardare i telegiornali o leggere le notizie di cronaca, per rendersi conto di quanto le strutture patriarcali su cui si regge la nostra società resistano al tempo e siano tutt’ora ben salde alle fondamenta. Basti pensare che il 98% di chi è rimasto senza impiego a seguito del Covid è donna (dati Istat alla mano). Basti pensare che solo alle donne vengono poste domande di carattere privato durante i colloqui di lavoro. Basti pensare che, a parità di mansione e orari, le donne sono condannate a ricevere uno stipendio inferiore a quello dei colleghi maschi, a volte addirittura il 20% in meno. Basti pensare che, a causa di pregiudizi culturali e stereotipi di genere, su 100 ragazze che si iscrivono all’università, solo 18 decidono di intraprendere facoltà scientifiche. E la lista potrebbe andare avanti all’infinito, purtroppo. Appare, dunque, evidente che qui c’è solo un elemento strutturale di cui ha senso parlare quando si tratta di gender gap e questo si chiama maschilismo.
Il gender pay gap, la differenza di stipendio tra uomini e donne: ecco le star che ne hanno parlato!
Tutti gli attori di Hollywood faticano per ottenere il successo che meritano e che sognano. La strada verso la fama è lunga e tortuosa, ma almeno ne vale la pena: riconoscimenti, denaro, fan e appoggio da parte del pubblico sono le ricompense per gli anni di gavetta e di ruoli mal pagati che si devono sempre accettare all'inizio di ogni carriera.
Ma quando si arriva all'apice del successo, si potrebbe pensare di aver finito di dover "lottare" per qualcosa. Invece, per la maggior parte delle attrici non è così: la differenza di paga, il cosiddetto gender pay gap, è un argomento che è esploso solo negli ultimi anni e riguarda molte delle donne che vediamo sul grande o sul piccolo schermo quasi quotidianamente, che ammiriamo per il loro talento e la loro bellezza, ma difficilmente sappiamo questo triste retroscena.
Il problema si può riassumere facilmente: queste attrici sono state pagate meno dei co-protagonisti maschi dei film a cui hanno preso parte solo per il fatto di essere donne. Nessun'altra spiegazione o aggiunta: la differenza di genere crea ancora oggi divari e uno di questi, forse il più evidente, lo si trova nella retribuzione.
Fortunatamente, le star di Hollywood non vogliono più sottostare a questa ingiustizia e hanno iniziato a "ribellarsi", parlandone apertamente, denunciando le case di produzione cinematografiche o televisive e cercando di trovare una soluzione non solo per le vip come loro, ma per tutte le donne che globalmente ricevono uno stipendio inferiore a quello dei loro colleghi maschi. Da Sarah Jessica Parker a Emma Stone, fino agli stessi attori maschi come Bradley Cooper: sono tante le celebrità che si sono aperte sulla questione e che si battono per l'uguaglianza tra uomini e donne.
Cate Blanchett, ad esempio, ha preso una delle decisioni più drastiche: ha rifiutato una parte perché al co-protagonista maschile del film erano stati offerti più soldi.
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Poi lo storico prosegue, menzionando alcune lacune comportamentali che, secondo lui, sbarrerebbero le porte del successo alle donne. Aggressività, spavalderia e sicurezza di sé. Sono questi gli atteggiamenti che il “gentil” sesso dovrebbe assumere con maggiore frequenza per ottenere, ad esempio, un aumento, una promozione oppure il lavoro dei sogni. Quegli stessi atteggiamenti che, qualora riscontrati nel comportamento di una donna, danno subito adito a commenti sprezzanti nei suoi confronti. “È mestruata”, “È un’arrivista”, “È una mamma snaturata che pensa solo alla carriera”, “È arrogante”. E così, anche quello alla “cazzimma”, si trasforma nell’ennesimo diritto che la donna deve scendere in strada a rivendicare.
Inoltre, a inibire la loro autostima ci pensano anni e anni di sistemi educativi basati su retaggi culturali arcaici con cui alle donne viene fatto credere di non essere in grado di fare le stesse cose degli uomini e con cui viene loro imposto un portamento docile e mansueto di cui difficilmente riusciranno a liberarsi anche in età adulta.
È di quest’idea anche la giornalista che ha dato il via al dibattito, la quale, non soddisfatta delle risposte di Barbero, ha fatto notare allo storico che il divario di genere sia una conseguenza diretta del patriarcato e non una disgrazia che le donne “si sono andate a cercare”. A questa osservazione, il professore risponde che “è solo questione di tempo” e che “basterà allevare ancora qualche generazione di giovani consapevoli e la situazione cambierà”. Una previsione in cui vogliamo confidare tutte noi, speriamo soltanto che ad allevarli non sia lui.
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